Scopriremmo inaspettate connivenze ed inaccettabili contiguità

Credo anch’io che si debba seguire il denaro per conoscere la vera forza dell’economia di questo sistema dominante, scopriremmo inaspettate connivenze ed inaccettabili contiguità.
Saviano e la Roba (Recensione -lunga, eh! siete avvisati- a “Zerozerozero”).
Era molto atteso questo libro. Atteso al varco: e però è un bel libro. Ribollente di storie di umani e di altri animali, che meritano di essere raccontate perché non sono ordinarie. E non è ordinaria la passione del raccontatore. Saviano scova le storie dovunque si annidino, in rete, sui giornali, nelle testimonianze del…le persone che incontra, nei documenti di indagini e processi cui ha a volte un accesso privilegiato. Sa riconoscerne e promuoverne la meraviglia –attitudine che gli schizzinosi chiamano mitomania. Una questione corre attraverso le pagine: c’è una grandezza nei suoi criminali? C’è un rischio di nobilitazione epica nel racconto delle loro gesta colossali? Non avviene di ravvivare con loro il mito del Grande Delinquente che ispirò tanta letteratura scorsa, specialmente nella figura degli assassini di donne, di cui finalmente si constata la misura infima? Mi pare di no: nel racconto di Saviano l’enormità dell’impresa criminale –i mucchi di morti ammazzati, le montagne di soldi- va assieme alla piccineria dei suoi attori. La loro riuscita (provvisoria: muoiono presto ammazzati a loro volta, o vanno in galera) è l’effetto dell’impotenza deliberata o pigra delle autorità pubbliche; e anche di un retaggio arcaico di regole –le regole di paese, della terra e del sangue, dell’Aspromonte o delle Ande- che si rivela efficace anche nell’estrema contemporaneità. Omerici tutti, ma di quella crassa e ottusa ferocia che è di Omero almeno quanto il valore e l’astuzia. Non c’è soggezione in Saviano per questi campioni. Tuttavia anche il loro scadente successo ha le sue eccezioni, anche nelle loro file si annidano paradosso e bravura. Lucy, la bella signora che gira il mondo a far lezione ai banchieri sulle misure contro il riciclaggio, ed è alla testa di un’organizzazione riciclatrice, esempio del mondo in ombra; del resto nel mondo in luce fa mostra di sé il ministro del bilancio francese che doveva sgominare l’evasione e teneva un conto occulto in Svizzera. Però ci sono figure che passano dalla luce all’ombra in un modo così temerario e abile da lasciare attoniti e turbati. Bruno Fuduli, calabrese, non è il Grande Delinquente, però sì il piccolo uomo che gioca col pianeta perché la sua vita vale zero. Ha fatto tutte le parti in commedia e in tragedia. Eredita la soggezione alle drine e le denuncia. Ricade sotto quella soggezione. Diventa l’emissario della ‘ndrangheta in Colombia, si tiene in bilico fra le cosche rivali, viaggia in una quantità di paesi, tratta con le bande militari più spietate, finché decide di averne abbastanza e torna, ormai quarantenne, dai carabinieri. Fa per anni l’infiltrato, consente operazioni imponenti in Italia e fuori. Ormai fa un triplo gioco, con i boss calabresi, con i colombiani che lo prendono in ostaggio, e con carabinieri e magistrati, cui fa capo. Finalmente viene alla luce nel processo, depone guardando in faccia i boss e i narcos colombiani, poi torna nell’ombra. Fino al colpo di scena: lo arrestano e lo condannano a 18 anni per narcotraffico. Era tornato, ancora rischiando la pelle, ai vecchi affari calabresi e colombiani. Prima, durante una manifestazione antimafia, si era arrampicato sulle transenne: “Dove sono i miei soldi? I miei 5 mila chili di cocaina?” In un’intervista dice: “Non collaborate con la giustizia, vi fregano”. “Ho fatto andare in galera 140 persone, scoprire 5 tonnellate di cocaina, ma adesso li ho mandati affan…”. Gran storia, anche se le mie righe l’hanno striminzita. Molte storie erano note, si dice, o rintracciabili: può darsi, io non le conoscevo. Avevo sentito gli spiccioli, in galera. Una ragazza brasiliana aperta per cavarle dalla pancia il suo carico di ovuli che non era riuscita a espellere, e lasciata in strada davanti a un ospedale, dove le hanno trovato un tumore all’intestino. Storie spicciole così. Saviano è sincero in un modo disarmato e disarmante. Si espone perché è scorticato, come un furbo non farebbe mai. Dalla sua nicchia si misura col ceffo di medusa del narcotraffico spietato, e intanto lo spaccio di cui ha nostalgia è quello degli ambulanti d’infanzia, cocco, taralli, mozzarelle, granite. “A Napoli il numero più sicuro è il 62, ‘u muort acciso”, dice. L’altra sera è tornato a Napoli, fra persone amiche, sotto una falce di luna. “Sono diventato un mostro”, dice. Dice che non gli basta capire, vuole  gridare all’allarme dal tetto sul quale è accucciato, sentinella nominata da sé e dalle circostanze. Gli sembra che tutti raccontino una realtà che a lui suona fasulla. “Forse sono diventato paranoico”, dice. La paranoia somiglia alla consapevolezza misconosciuta, nel rapporto con gli altri: Cassandra col nume in petto o Otello pazzo di gelosia. Ci si sente allo stesso modo, con gli altri. Gli altri non vedono quello che tu vedi limpidamente, orribilmente. Perché chiudono gli occhi, o perché non c’è niente da vedere? La cocaina che possiede il mondo, che lo fa girare –più del denaro, prima e dopo il denaro; l’insensatezza di un proibizionismo che proclama la guerra alla droga e fa la guerra ai drogati, e consegna ricchezza e potere ai criminali. Di tutte le obiezioni, quella che imputa a Saviano di esagerare è la più superflua. Lui può replicare con le cifre, coi raffronti fra il reddito di un’azione Apple e di una bustina di polvere, ma non è questo. Il mondo è appeso al filo dei suoi depositi atomici, ma a Pyongyang si marcia mentre a Seul si balla il gangnam style: chi avverta angosciosamente del rischio atomico si chiederà se non stia diventando paranoico. La cocaina, e del resto l’atomica, hanno una suggestione che il denaro sta perdendo: sono cose, materia, cui si può ben altrimenti attaccarsi. Le mafie non rinunciano alla cosa: non diventano solo finanziarie. Vogliono continuare a sentire l’odore dei loro soldi. Andate a raccontarla a loro la storia della società liquida. Liquidi si chiamavano i soldi, quando erano ancora solidi. Ora si muovono stando fermi, a una velocità vertiginosa. Bisognerebbe trattarli come la cocaina –che anche lei diventa liquida e poi si ricristallizza, come coi rigassificatori. Nella lagnanza dell’economia reale soppiantata dalla finanza non avevamo pensato che l’incarnazione regina dell’economia reale fosse la cocaina. E viene in mente, letto lo sterminato catalogo dei nomignoli, il nome più usato per la droga: la roba. La roba di Mastro don Gesualdo, o della novella di Verga –“La roba”, appunto- in cui Mazzarò i soldi non li vuole, solo terra e proprietà, e muore dicendole: “roba mia vienitene con me”. Mazzarò, un omiciattolo che non gli avresti dato un baiocco, a vederlo, e di grasso aveva solo la pancia. Come il boss russo della roba, Brainy Don, “a prima vista solo un signore obeso, attempato”. Roba forte. Ci sono gli eroi buoni, nel romanzo vero di Saviano. Senza smancerie. Devono fare il doppio gioco, devono somigliare ai loro indagati pena la pelle. Brutto mestiere, e indispensabile. Sono le storie più belle, finiscono terribilmente, come quella di Kiki in Messico, o benissimo, e restano confinate nel riserbo, come quella della nostra Maria Monti. E’ stato accusato, Saviano, di essere ormai uno scrittore “embedded”, come gli inviati di guerra nei ruoli militari. Lui nelle forze dell’ordine, quelli che lo proteggono, con cui convive, polizie italiane e internazionali, magistrature. E’ un’accusa sbagliata. Non c’è una neutralità fra guardie e ladri con la criminalità organizzata, e vorrei vedere che non stessi dalla parte di chi ti fa da scorta. Ma com’è il mondo della legalità descritto da Saviano? “Il Grande Disordine… il vuoto di potere, la debolezza, il marcio di uno Stato a raffronto con un’organizzazione che offre e rappresenta ordine”. I soldi della cocaina prima si comprano politici e funzionari. Poi, tramite quelli, il riparo delle banche. Sono New York e Londra le due più grosse lavanderie di denaro sporco, scrive Saviano, non i paradisi fiscali. Il libro non sta dalla parte “delle” polizie o “delle” magistrature: di poliziotti e magistrati che fanno onestamente e coraggiosamente il loro mestiere. Saviano ha scritto un manuale buono per guardie, ladri e consumatori. E chi non è né guardia, né ladro, né consumatore, ha a che fare col mondo modellato sul narcotraffico. Ci vive. La legalizzazione è solo accennata alla fine del libro: una postilla, un’imprecazione. Non è la fine del libro, è l’inizio di un’altra faccenda. Non è scritto per questo, ma una volta che lo si sia letto, bisogna pensarci. E chiedersi, magari, come mai una constatazione sofferta ma larghissima sul fallimento della guerra alla droga e la necessità di una svolta, depositata da anni con le firme più ufficiali e autorevoli alle Nazioni Unite, resti lettera morta.
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