ASSANGE E IL SIGNIFICATO PROFONDO DI QUANTO STA ACCADENDO NEL MONDO

ASSANGE  E IL SIGNIFICATO PROFONDO  DI QUANTO STA ACCADENDO  NEL MONDO
pubblicata da Alessandra Vecchi il giorno Domenica 9 settembre 2012 alle ore 18.02 ·

Assange e il futuro del mondo

“Julian  Assange, il 15 giugno 2012 capisce che per lui è finita. Si trova a  Londra. Gli agenti inglesi l’arresteranno la settimana dopo, lo  porteranno a Stoccolma, dove all’aereoporto non verrà prelevato dalle  forze di polizia di Sua Maestà la regina di Svezia, bensì da due  ufficiali della Cia, e un diplomatico statunitense, i quali avvalendosi  di accordi formali tra le due nazioni farà prevalere il “diritto di  opzione militare in caso di conflitto bellico dichiarato” sostenendo che  Assange è “intervenuto attivamente” all’interno del conflitto Nato-Iraq  mentre la guerra era in corso. Lo porteranno direttamente in Usa, nel  Texas, dove verrà sottoposto a processo penale per attività  terroristiche, chiedendo per lui l’applicazione della pena di morte  sulla base del Patriot Act Law. Si consulta con il suo gruppo, fanno la  scelta giusta dopo tre giorni di vorticosi scambi di informazioni in  tutto il pianeta: “Vai all’ambasciata dell’Ecuador a piedi, con la  metropolitana, stai lì”. Alle 9 del mattino del 19 giugno entra  nell’ambasciata dell’Ecuador. Nessuna notizia, non lo sa nessuno. Il suo  gruppo apre una trattativa con gli agenti inglesi a Londra, con gli  svedesi a Stoccolma e con i diplomatici americani a Rio de Janeiro.  Raggiungono un accordo: “Evitiamo rischio di attentati e facciamo  passare le Olimpiadi, il 13 agosto se ne può andare in Sudamerica,  facciamo tutto in silenzio, basta che non se ne parli”. I suoi  accettano, ma allo stesso tempo non si fidano degli anglo-americani. Si  danno da fare e mettono a segno due favolosi colpi. Il primo il 3  agosto, il secondo il 4.

Il 3 agosto, con un  anticipo rispetto alla scadenza di 16 mesi, la presidente della  Repubblica Argentina, Cristina Kirchner, si presenta alla sede di  Manhattan del FMI con il suo ministro dell’economia e il ministro degli  esteri ecuadoregno Patino, in rappresentanza di “Alba” (acronimo che sta  per Alianza Laburista Bolivariana America), l’unione economica tra  Ecuador, Colombia e Venezuela. La Kirchner si fa fotografare e  riprendere dalle televisioni con un gigantesco cartellone che mostra un  assegno di 12 miliardi di euro intestato al FMI con scadenza 31 dicembre  2013, che il governo argentino ha versato poche ore prima. “Con questa  tranche, l’Argentina ha dimostrato di essere solvibile, di essere una  nazione responsabile, attendibile e affidabile per chiunque voglia  investire i propri soldi. Nel 2003 andammo in default per 112 miliardi  di dollari, ma ci rifiutammo di chiedere la cancellazione del debito:  scegliemmo la dichiarazione ufficiale di bancarotta e chiedemmo dieci  anni di tempo per restituire i soldi a tutti, compresi gli interessi.  Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci, lunghi  anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni  del FMI che voleva imporci misure restrittive di rigore economico  sostenendo che fossero l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada  opposta: quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul  benessere equo sostenibile e sugli investimenti in infrastrutture,  ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo risolto i  nostri problemi. Ci siamo ripresi e siamo in grado di saldare l’ultima  tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del FMI e della Banca Mondiale  sono idee errate, sbagliate. Lo erano allora, lo sono ancor di più oggi.  Chi vuole operare, imprendere, creare lavoro e ricchezza, è benvenuto  in Argentina: siamo una nazione che ha dimostrato di essere solvibile,  quindi pretendiamo rispetto e fedeltà alle norme e alle regole, da parte  di tutti, dato che abbiamo dimostrato, noi per primi, di rispettare i  dispositivi del diritto internazionale.”. Subito dopo la Kirchner ha  presentato una denuncia formale contro la Gran Bretagna e gli Usa al  WTO, coinvolgendo il FMI grazie ai file messi a disposizione da  Wikileaks, cioè Assange. L’Argentina ha saldato i debiti, ma adesso  vuole i danni. Con gli interessi composti. “Volevano questo, bene,  l’hanno ottenuto. Adesso che paghino”. E’ una lotta tra la Kirchner e la  Lagarde. Le due Cristine duellano da un anno impietosamente. Grazie ad  Assange, dato che il suo gruppo ha tutte le trascrizioni di diverse  conversazioni in diverse cancellerie del globo, che coinvolgono gli Usa,  la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia, la Germania, il Vaticano, dove  l’economia la fa da padrone. Osama Bin Laden è stato mandato in soffitta  e sostituito da John Maynard Keynes. Lui è diventato il nemico pubblico  numero uno delle grandi potenze; in queste lunghe conversazioni si  parla di come mettere in ginocchio le economie sudamericane, come portar  via le loro risorse energetiche, come impedir loro di riprendersi e  crescere, come impedire ai governi di far passare i piani economici  keynesiani applicando invece i dettami del FMI il cui unico scopo  consiste nel praticare una politica neo-colonialista a vantaggio  soprattutto di Spagna, Italia e Germania, con capitali inglesi. Gran  parte dei file sono già resi pubblici su internet. Gran parte dei file  sono offerti da Assange all’ambasciatore in Gran Bretagna dell’Ecuador,  la prima nazione del continente americano, e unica nazione nel mondo  occidentale dal 1948, ad aver applicato il concetto di “debito immorale”  ovvero “il rifiuto politico e tecnico di saldare alla comunità  internazionale i debiti consolidati dello Stato perché ottenuti dai  precedenti governi attraverso la corruzione, la violazione dello Stato  di Diritto, la violazione di norme costituzionali”.

Il 12 dicembre del  2008, il neo presidente del governo dell’Ecuador Rafael Correa (Pil di  50 miliardi di euro, circa 30 volte meno dell’Italia) dichiara in  diretta televisiva in tutto il continente americano (l’Europa non ha mai  trasmesso neppure un fotogramma e difficilmente si trova nella rete  europea materiale visivo) di “aver deciso di cancellare il debito  nazionale considerandolo immondo, perché immorale; hanno alterato la  costituzione per opprimere il popolo raccontando il falso. Hanno fatto  credere che ciò chè è Legge, cioè legittimo, è giusto. Non è così: da  oggi in terra d’Ecuador vale il nuovo principio costituzionale per cui  ciò che è giusto per la collettività allora diventa legittimo”. Cifra  del debito: 11 miliardi di euro. Il FMI fa cancellare l’Ecuador dal  nòvero delle nazioni civili: non avrà mai più aiuti di nessun genere da  nessuno “Il paese va isolato” dichiara Dominique Strauss Kahn, allora  segretario del FMI. Il Paese è in ginocchio. Il giorno dopo, Hugo Chavez  annuncia che darà il proprio contributo con petrolio e gas gratis  all’Ecuador per dieci anni. Quattro ore più tardi, il presidente Lula  annuncia in televisione che darà gratis 100 tonnellate al giorno di  grano, riso, soya e frutta per nutrire la popolazione, finchè la nazione  non si sarà ripresa. La sera, l’Argentina annuncia che darà il 3% della  propria produzione di carne bovina di prima scelta gratis all’Ecuador  per garantire la quantità di proteine per la popolazione. Il mattino  dopo, in Bolivia, Evo Morales annuncia di aver legalizzato la cocaina  considerandola produzione nazionale e bene collettivo. Tassa i  produttori di foglie di coca e offre all’Ecuador un prestito di 5  miliardi di euro a tasso zero restituibile in dieci anni in 120 rate.  Due giorni dopo, l’Ecuador denuncia la United Fruit Company e la Del  Monte & Associates per “schiavismo e crimini contro l’umanità”,  nazionalizza l’industria agricola delle banane (l’Ecuador è il primo  produttore al mondo) e lancia un piano nazionale di investimento di  agricoltura biologica ecologica pura. Dieci giorni dopo, i verdi  bavaresi, i verdi dello Schleswig Holstein, in Italia la Conad, e in  Danimarca la Haagen Daaz, si dichiarano disponibili a firmare subito  contratti decennali di acquisto della produzione di banane attraverso  regolari tratte finanziarie in euro che possono essere scontate subito  alla borsa delle merci di Chicago.

Il 20 dicembre del  2008, facendosi carico della protesta della United Fruit Company, il  presidente George Bush dichiara “nulla e criminale la decisione  dell’Ecuador” annunciando la richiesta di espulsione del paese dall’Onu:  “siamo pronti anche a una opzione militare per salvaguardare gli  interessi statunitensi”. Il mattino dopo, il potente studio legale di  New York Goldberg & Goldberg presenta una memoria difensiva  sostenendo che c’è un precedente legale. Sei ore dopo, gli Usa si  arrendono e impongono alla comunità internazionale l’accettazione e la  legittimità del concetto di “debito immorale”. La United Fruit company  viene provata come “multinazionale che pratica sistematicamente la  corruzione politica” e condannata a pagare danni per 6 miliardi di euro.  Da notare che il “precedente legale” (tuttora ignoto a gran parte degli  europei) è datato 4 gennaio 2003 a firma George Bush. E’ accaduto in  Iraq che in quel momento risultava “tecnicamente” possedimento americano  in quanto occupato dai marines con governo provvisorio non ancora  riconosciuto dall’Onu. Saddam Hussein aveva lasciato debiti per 250  miliardi di euro (di cui 40 miliardi di euro nei confronti dell’Italia  grazie alle manovre di Taraq Aziz, vice di Hussein e uomo dell’Opus Dei  fedele al Vaticano) che gli Usa cancellano applicando il concetto di  “debito immorale” e aprendo la strada a un precedente storico. Gli  avvocati newyorchesi dell’Ecuador offrono al governo americano una  scelta: o accettano e stanno zitti oppure, se si annulla la decisione  dell’Ecuador, allora si annulla anche quella dell’Iraq e il tesoro Usa  deve pagare subito i 250 miliardi di euro a tutti compresi gli interessi  composti per quattro anni. Obama, non ancora insediato, ma già eletto,  impone a Bush di gettare la spugna. La solida parcella degli avvocati  newyorchesi viene pagata dal governo brasiliano.

Nasce allora il  Sudamerica moderno. E cresce e si diffonde il mito di Rafael Correa,  presidente eletto dell’Ecuador. Non un contadino indio come Morales, un  sindacalista come Lula, un operaio degli altiforni come Chavez.  Tutt’altra pasta. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia  caraibica, è un intellettuale cattolico. Laureato in economia e  pianificazione economica a Harvard, cattolico credente e molto  osservante, si auto-definisce “cristiano-socialista come Gesù Cristo,  sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e soffre”. Il suo primo  atto ufficiale consiste nel congelare tutti i conti correnti dello Ior  nelle banche cattoliche di Quito e dirottarli in un programma di welfare  sociale per i ceti più disagiati. Fa arrestare l’intera classe politica  del precedente governo che viene sottoposta a regolare processo.  Finiscono tutti in carcere, media di dieci anni a testa con il massimo  rigore. Beni confiscati, proprietà nazionalizzate e ridistribuite in  cooperative agricole ecologiche. Invia una lettera a papa Ratzinger dove  si dichiara “sempre umile servo di Sua Illuminata Santità” dove chiede  ufficialmente che il Vaticano invii in Ecuador soltanto “religiosi  dotati di profonda spiritualità e desiderosi di confortare i bisognosi  evitando gli affaristi che finirebbero sotto il rigore della Legge degli  uomini”. Tutto ciò lo si può raccontare oggi, grazie alla bella pensata  del Foreign Office, andato nel pallone. In tutto il pianeta si parla di  Rafael Correa, dell’Ecuador, del debito immorale, del nuovo Sudamerica  che ha detto no al colonialismo e alla servitù alle multinazionali  europee e statunitensi. In Italia lo faccio io sperando di essere  soltanto uno dei tanti. Questo, per spiegare “perché l’Ecuador”.

Per 400 anni, da  quando gli europei scoprirono le banane ricche di potassio, gli  ecuadoregni hanno vissuto nella povertà, nello sfruttamento,  nell’indigenza, mentre per centinaia di anni un gruppo di oligarchi si  arricchiva alle loro spalle. Non lo sarà mai più. A meno che non  finiscano per vincere Mitt Romney, Draghi, Monti, Cameron e l’oligarchia  finanziaria. L’esempio dell’Ecuador è vivo, può essere replicato in  ogni nazione africana o asiatica del mondo. Anche in Europa. Per questo  JulianAssange ha scelto l’Ecuador. Il colpo decisivo viene dato da una  notizia esplosiva resa pubblica (non a caso) il 4 agosto del 2012.  “Julian Assange ha firmato il contratto di delega con il magistrato  spagnolo Garzòn che ne rappresenta i diritti legali a tutti gli effetti  in ogni nazione del globo”. Chi è Garzòn? E’ il nemico pubblico numero  uno della criminalità organizzata. E’ il nemico pubblico numero uno  dell’Opus Dei. E’ il più feroce nemico di Silvio Berlusconi. E’ in  assoluto il nemico più pericoloso per il sistema bancario mondiale.  Magistrato spagnolo con 35 anni di attività ed esperienza alle spalle,  responsabile della Procura reale di Madrid, ha avuto tra le mani i più  importanti processi spagnoli degli ultimi 25 anni. Esperto in “media  & finanza” e soprattutto grande esperto in incroci azionari e  finanziari, salì alla ribalta internazionale nel 1993 perché presentò  all’Interpol una denuncia contro Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri  (chiedendone l’arresto) relativa a Telecinco, Pentafilm, Fininvest,  Reteitalia e Le cinq da cui veniva fuori che la Pentafilm (Berlusconi e  Cecchi Gori soci, cioè PD e PDL insieme) acquistava a 100$ i diritti di  un film alla Columbia Pictures che rivendeva a 500$ alla Telecinco che  li rivendeva a 1000$ a Rete Italia che poi in ultima istanza vendeva a  2000$ alla Rai, in ben 142 casi tre volte: li ha venduti sia a Rai1 che a  Ra2 che a Rai3. Lo stesso film. Cioè la Rai ha pagato i diritti di un  film 20 volte il valore di mercato e l’ha acquistato tre volte, così  tutti i partiti erano presenti alla pari. Quando si arrivò al nocciolo  definitivo della faccenda, Berlusconi era presidente del consiglio,  quindi Garzòn venne fermato dalla UE. Ottenne una mezza vittoria. Chiuse  la Telecinco e finirono in galera i manager spagnoli. Ma Berlusconi  rientrò dalla finestra nel 2003 come Mediaset. Si riaprì la battaglia,  Garzòn stava sempre lì. Nel 2006 pensava di avercela fatta, ma il  governo italiano di allora (Prodi) aiutò Berlusconi a uscirne. Nel 2004  aprì un incartamento contro papa Woytila e contro il managament dello  Ior in Spagna e in Argentina, in relazione al finanziamento e sostegno  da parte del Vaticano delle giunte militari di Pinochet e Videla in  Sudamerica. Nel 2010 Garzòn si dimise andando in pensione, ma aprì uno  studio di diritto internazionale dedicato esclusivamente a “media &  finanza” con sede all’Aja in Olanda. E’ il magistrato che è andato a  mettere il naso negli affari più scottanti, in campo mediatico,  dell’Europa, degli ultimi venti anni. In quanto legale ufficiale di  Assange, il giudice Garzòn ha l’accesso ai 145.000 file ancora in  possesso di Assange che non sono stati resi pubblici. Ha già fatto  sapere che il suo studio è pronto a denunciare diversi capi di stato  occidentali al tribunale dei diritti civili con sede all’Aja. L’accusa  sarà “crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità della  persona”. La battaglia è dunque aperta. E sarà decisiva soprattutto per  il futuro della libertà in Rete. In Usa non fanno mistero del fatto che  lo vogliono morto. Anche gli inglesi. Ma hanno non pochi guai perché,  nel frattempo, nonostante sia abbastanza paranoico (e ne ha ben donde)  Assange ha provveduto a tirar su un gruppo planetario che si occupa di  contro-informazione (vera non quella italiana). I suoi esponenti sono  anonimi. Nessuno sa chi siano. Non hanno un sito identificato.  Semplicemente immettono in rete dati, notizie, informazioni, eventi.  Poi, chi vuole sapere sa dove cercare e chi vuole capire capisce. Quando  la temperatura si alza, va da sé, il tutto viene in superficie. E  allora si balla tutti. In Sudamerica, oggi, la chiamano “British dance”.  Speriamo soltanto che non abbia seguiti dolorosi o sanguinosi.

 

Per questo Assange  sta dentro l’ambasciata dell’Ecuador. Per questo Garzòn lo difende. Per  questo la storia del Sudamerica, va raccontata. Per questo l’Impero  Britannico ha perso la testa e lo vuole far fuori. Perché Assange ha  accesso a materiale di fonte diretta. E il solo fatto di dirlo, e  divulgarlo, scopre le carte a chi governa, e ricorda alla gente che  siamo dentro una Guerra Invisibile Mediatica. Non sanno come fare a  fermare la diffusione di informazioni su ciò che accade nel mondo.  Finora gli è andata bene, rimbecillendo e addormentando l’umanità. Ma  nel caso ci si risvegliasse, per il potere sarebbero dolori  imbarazzanti. Wikileaks non va letto come gossip. C’è gente che per  immettere una informazione da un anonimo internet point a Canberra,  Bogotà o Saint Tropez rischia anche la pelle. Questi anonimi meritano il  nostro rispetto. E ci ricordano anche che non potremo più dire, domani  “ma noi non sapevamo”. Chi vuole sapere, oggi, è ben servito. Basta  cercare. Se poi, con questo “Sapere” un internauta non ne fa nulla, è  una sua scelta. Tradotto vuol dire: finchè non mandiamo a casa l’immonda  classe politica che mal ci rappresenta, le chiacchiere rimarranno a  zero. Perché ormai sappiamo tutti come stanno le cose. Altrimenti, non  ci si può lamentare o sorprendersi che in Italia nessuno abbia mai  parlato prima dell’Ecuador, di Rafael Correa, di ciò che accade in  Sudamerica, dello scontro furibondo in atto tra la presidente argentina e  brasiliana da una parte e Christine Lagarde e la Merkel dall’altra.  Perché stupirsi, quindi, che gli inglesi vogliano invadere un’ambasciata  straniera? Non era mai accaduto neppure nei momenti più bollenti della  cosiddetta Guerra Fredda. Come dicono in Sudamerica quando si chiede “ma  che fanno in Europa, che succede lì?” Ormai si risponde dovunque “In  Europa dormono. Non sanno che la vita esiste”.

Sergio Di Cori  Modigliani, scrittore e blogger 

 

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      2 risposte a ASSANGE E IL SIGNIFICATO PROFONDO DI QUANTO STA ACCADENDO NEL MONDO

      1. casar46 ha detto:

        Il vero punto dove convergono le varie visioni del mondo…..H.o K. ??

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